martedì 31 marzo 2015

Paolo Mieli: «La Massoneria fondamentale nel Risorgimento per l’Unità nazionale»



Fino a quando non sarà scritta una versione coraggiosa, compiuta, rilassata ed esaustiva della storia risorgimentale l'unità fra Nord e Sud non sarà compiuta. Ma voi stasera con questo convegno avete messo una pietra non irrilevante". Con queste significative parole, seguite da un lungo applauso da parte di un pubblico molto numeroso ed attento, Paolo Mieli, giornalista e storico, presidente della Rcs Libri ha concluso il suo intervento al Convegno su "Il Sud e il Risorgimento italiano. Un conto aperto con la storia", che si è svolto al Teatro Politeama di Catanzaro, sotto il patrocinio del Grande Oriente d'Italia Palazzo-Giustiniani, del Collegio Circoscrizionale dei Maestri Venerabili della Calabria e che è stato mirabilmente organizzato dai fratelli della Loggia "Francesco De Luca" n° 1292 all'Oriente di Catanzaro.

All'inizio del suo articolato discorso Mieli ha subito messo in chiaro come il ruolo della Massoneria sia stato cruciale nell'esame del complesso periodo storico che ha portato all'unificazione ed alla nascita della Nazione Italia. "Questo convegno - ha detto l'ex direttore de "La Stampa" e de "Il Corriere della Sera" -, ha una particolare importanza. La Massoneria è stata la guardia armata della storia ufficiale del Risorgimento, perché ha sempre sostenuto e difeso i valori del Risorgimento in modo dogmatico. Il Risorgimento è fatto di luci ed ombre, e il fatto stesso che un'associazione come la Massoneria, inizi a metterla in discussione è molto importante. Ci vuole una storia più coraggiosa. 

Le conclusioni sono state affidate al Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia - Palazzo Giustiniani Stefano Bisi.

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Che cos’è il Tempo



Si rimane colpiti, ha scritto con ironia lo psicologo americano Herbert Nichols alla fine del XIX secolo (Amer. J. of Psychology 3, pagg. 453-529, 1891), dalla grande varietà delle spiegazioni di filosofi e psicologi per tentare di venire a capo del mistero del tempo.

Il tempo è stato considerato come atto della mente, della ragione, della percezione, dell'intuizione, dei sensi, della memoria, della volontà, e di tutte le loro combinazioni e interferenze. È ritenuto un senso generale che accompagna ogni contenuto mentale allo stesso modo del dolore e del piacere. È considerato però anche come senso a sé, separato, speciale, disparato. È stato spiegato come se fosse «una sequela luminosa» o una fila di «blocchi allineati di presente specioso» o una «appercezione». È stato dichiarato a priori, innato, intuitivo, empirico, meccanico.

Il tempo, motteggia Nichols, è stato dedotto dall'interno e dall'esterno, dal cielo e dalla terra, e da diverse altre cose difficili da immaginare. Leggendaria la disputa fra Isaac Newton, per il quale il tempo esiste ed è assoluto, vero e matematico e fluisce senza relazione con quel che avviene nell'universo, e Gottfried Wilhelm Leibniz, per il quale il tempo «an sich», in sé, non esiste, essendo solo un rapporto fra eventi.

Finalmente due autorità culturali estranee alle secolari diatribe, il fisico teorico Albert Einstein e il matematico Hermann Minkowski, all'inizio del XX secolo ritennero il tempo la quarta dimensione, a lungo cercata, dello spazio.

Nello spaziotempo (con il quale la mente non riesce a familiarizzare) non ci sono direzioni del tempo, e quindi non c'è presente, e se non c'è presente non c'è nemmeno il tempo. Il cosmo quantico è, senza tempo. La costante t del tempo è scomparsa dalle equazioni fisiche.

Il sociologo Norbert Elias si chiedeva come si possa misurare una cosa che non è percepita dagli organi di senso. «Chi ha mai visto un'ora?», si chiedeva. La fisica sostiene che il tempo è un'illusione. Che cos'è allora il senso che di esso abbiamo? È possibile che un'illusione, cioè un evento senza contenuto reale, regoli l'esistenza non solo nostra ma di tutto il mondo animale?

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Il secreto degli dei. Il nuovo libro di Mauro Cascio



La Spagiria, constatando che tutto ciò che è osservabile è simbolico, afferma che è vero anche il contrario, cioè che tutto ciò che è simbolico è osservabile e che di conseguenza l'archetipo degli archetipi fatto sensibile, Simbolo supremo del simbolo, cioè l'Unità, è osservabile e che l'uomo può contemplare l'incarnazione del Logos nella materia.  La lavorazione della Quintessenza ci permette di sbirciare dietro la cortina del Sancta Sanctorum. L'ideale, in questa commozione, sarebbe poter tornare bambini ed essere presi da quell'entusiasmo dove tutto è gioco, perché solo a quell'entusiasmo infantile, e in silenzio, si consegna l'Arte. «Ma bisogna dire che questa scienza è molto a proposito e per eccellenza paragonata ai giochi di fanciulli, perché tutta l'Arte è giustamente chiamata gioco, ma principalmente gioco delle lettere, ludus litterarum, in cui i buoni spiriti prendono piacere, e altrettanto i dotti soddisfazione senza noia, come i fanciulli prendono gusto alle cose frivole secondo la loro portata, che fa loro passare il tempo piacevolmente, e senza l'apprensione di alcun disagio [...]».


Mauro Cascio, in questo suo nuovo libro in uscita a fine aprile per Tipheret edizioni, ci guida in questo meraviglioso mondo.

Il Cimitero di Amboise. In libreria un inedito di Louis-Claude de Saint-Martin



C'è una Verità che taglia la storia. Ma è una Verità che, per sua natura, la storia può solo raccontare. E nel momento in cui il Vero diventa raccontarsi perde la maiuscola e il suo carattere di Assolutezza. In questo senso la Verità appartiene ai morti, e solo nella pace e nel silenzio di un cimitero possiamo intuire il Destino che ci appartiene per dignità. Il dolore dell'isolamento è il dolore della contraddizione. La certezza che esso esista è anche certezza che possa essere sopportato e che sia il solo che alla fine ci possa indicare il Venerdì Santo della nostra libertà. La Gloria.

Louis Claude de Saint-Martin  (1743-1803) fu un filosofo illuminista che riadattò il pensiero del suo Maestro, Martinez de Pasqually, alla luce del neoplatonismo e del cristianesimo, ponendo l'accento sull'interiorità di ogni ricerca teoretica. Tra le sue opere pubblicate da Tipheret, oltre a Il Cimitero di Amboise, in uscita a fine aprile, i tre volumi de Il Ministero dell'uomo spirito e il romanzo Il Coccodrillo.

Gli Egiziani e i Misteri



«Le antiche religioni, soprattutto quella degli Egizi, sono permeate di misteri. Una folla di immagini e di simboli ne componevano il tessuto: tessuto mirabile, opera sacra di una catena ininterrotta di uomini i quali, leggendo a volta a volta, e nel libro della natura e in quello della Divinità, ne traducevano il linguaggio ineffabile. Quelli che fissavano il loro sguardo stupito su questi simboli, su queste allegorie sante, non vedevano oltre i loro occhi e vivevano nell'ignoranza voluta. Per uscirne non avevano che da parlare, da chiedere. Tutti i santuari erano loro aperti, e se avessero avuto la costanza e la virtù necessarie, niente avrebbe loro impedito di crescere di conoscenza in conoscenza, di rivelazione in rivelazione, fino alle scoperte più sublimi. Da vivi e come uomini e con la forza di volontà, essi potevano scendere nel regno dei morti ed elevarsi fino agli Dei, nonché tutto penetrare della natura elementare. In quanto, la religione abbracciava tutto ciò e nulla di ciò che la religione era o faceva, permaneva sconosciuto al Sommo Sacerdote, il Pontefice sovrano. L'uomo della famosa Tebe egizia poteva pervenire al culmine della dottrina sacra, ma solo dopo aver percorso tutti i gradi inferiori, dopo aver a un tempo esaurito, colmato la dose di scienza di ogni grado ed essersi dimostrato degno di prevenire fino al vertice della piramide iniziatica. Solo il re dell'Egitto era iniziato di diritto e per la struttura della sua educazione, ammesso ai più segreti misteri. I sacerdoti ricevevano l'istruzione relativa al loro ordine e crescevano in sapienza via via che salivano i gradi, sapendo che i loro superiori erano, non solo più elevati, ma anche più illuminati di loro. Cosicché, la gerarchia sacerdotale, quale una piramide che poggiava sulla base, si illuminava elevandosi e la sua organizzazione teocratica combinava insieme sapienza e potere. Quanto al popolo, esso era ciò che voleva essere. La sapienza, offerta a tutti gli Egizi, non rappresentava un obbligo per nessuno. I dogmi della morale, le norme della politica, il freno dell'opinione, il,giogo delle istituzioni civili, erano gli stessi per tutti: solo l'istruzione religiosa differiva in ordine alla capacità, alla virtù, alla volontà di ogni individuo. I misteri non venivano prodigati, perché i misteri rappresentavano qualcosa; non veniva profanata la conoscenza della divinità, poiché questa conoscenza esisteva; e mirando a conservare la verità per molti, la verità non veniva vanamente data a tutti».
(da Antoine Fabre d'Olivet).

lunedì 30 marzo 2015

La decorazione del Tempio e la bellezza

di Aurora Distefano




La decorazione del Tempio ha a che fare con la Bellezza e con l’armonia, argomento che va inteso (anche) come armonizzazione degli opposti sulla via di mezzo.
Comprende la scelta di un supporto olfattivo adatto al Grado: “... a prevalente base di incenso puro (tipo olibanum, legato al fuoco) ...”;  le resine vengono variate a seconda dello stato in cui si lavora (razionale, animico-emozionale, spirituale-mentale).  Si comprende appieno l’importanza di questo elemento se si considera che in ebraico la parola reach (odorato, profumo) ha peso semantico 218 come Briah, il mondo della creazione, ed ancor più con l’espressione reach nichoach, profumo gradito, che ha lo stesso peso semantico (300) di Ruach Elohim, lo spirito di Dio.  Proprio quello che aleggiava sulle acque, in principio; lo spirito stesso (essenza) della natura/legge che si manifesta, e che si racchiude nella lettera Shin (=300, lettera che rappresenta il fuoco quale elemento dinamico).

“Ma di soavità di mille odori / vi facea uno incognito e distinto”, scriveva l’Alighieri,  e così mille odori, che si confondono, si accorpano guidando i sensi, fino a poter cogliere (si racconta che un profumo particolare accompagni l’estasi) quello nascosto,  l’unico (ruach elohim), che ad essi sottostà.

Ruach Elohim,  lo spirito che aleggia e può formare (Yatzer=300), o distruggere (pakhar),  oltre ad aprire la mente verso gli aspetti divini del Creatore, Distruttore e Conservatore raggruppati nella Trimurti indiana (Brahama, Shiva e Vishnu),  riporta in evidenzia le fasi dell’Opera (SOLVE/COAGULA), ben simboleggiati dalla Fenice, che risorge dalle proprie ceneri.  Si dice, di essa, che questo passaggio avvenga ogni cinquecento anni, tempo inteso come necessario a passare ad un successivo livello spirituale.

Nel qual tempo ( ? ), il Testimone brilla (sempre acceso) nel Tempio, e per suo tramite si vivificano le luci in ogni Grado, e alla sua luce si vigila affinché non si passi impropriamente tra le Colonne (da una all’altra), una volta che esse siano stabilite nella loro forza.

Sarà consentito solo il movimento guidato dal MdC, che rappresenta in tal modo la capacità di salire e scendere i gradini (cfr. la scala di Giacobbe, rappresentata anche nel Mutus Liber), mantenendosi nello stato interiore adeguato al presente, adatto a non perturbare l’energia del Lavoro. In tale funzione si legge la necessità/capacità di essere “il punto in se stesso”. E in altre tradizioni troviamo un analogo nella meditazione “camminata”, forse uno degli esercizi più vicini all’idea trasmessa dal Vedanta dell’unità di osservato-osservatore-osservazione.

Raggiunto tale stato, ci si muove con “eleganza”, cioè in (un) mo(n)do pieno di Bellezza, possibile con lo svelamento a sé stessi di quella luce che si cerca, che è strumento (“nella luce l’informe si riveste di forma e diventa elemento costruttivo”) e raggiungimento. Non si spegne mai, perchè essa fu.

Tuttavia:  «Ti servono tre testimoni:  il primo testimone è la tua coscienza;  guardati dunque con la tua propria luce.  Il secondo testimone è la coscienza di un altro;  guardati dunque alla luce altrui.  Il terzo testimone è la coscienza dell’essenza di DIO (G.A.D.U.):  guardati dunque [in tale luce, poiché]... vedere l’essenza divina senza veli:  ciò è la vita». (Iqbal, maestro sufi).

Ma se… “per fare un tavolo, ci vuole il legno, per fare il legno, ci vuole l’albero...”, è per tramite delle Luci (Forza-Bellezza-Sapienza) che ci si riporta a quella che brilla nel Sancta Sanctorum,  dentro se stessi,  nel Sé, osservatore imparziale. “Un fuoco sempre vivo si cela in quel Tempio / e Vesta non ha nessuna effigie, come non ne ha neppure il fuoco” (Ovidio, Fasti).

sabato 28 marzo 2015

Il Rito di York fa cultura. La monografia di Hiram e la prossima partecipazione al Salone del Libro solo una tappa di un percorso

di Tiziano Busca



Non accade spesso, a guardarci in giro, che lo sviluppo di attività culturali in campo massonico ed iniziatico abbiano il loro giusto riconoscimento. A volte però non è così.

L’ultimo numero di Hiram è un compendio interessante di scritti e riflessioni che vedono impegnati tre maestri dell’Arco Reale del Rito di York: Mauro Cascio, Antonio Cecere, Marco Rocchi attorno alla figura emblematica di Cagliostro. Di questo fatto e di questa scelta editoriale ringraziamo il GM Stefano Bisi che ha disposto la pubblicazione monografica del lavoro nella rivista più prestigiosa della Comunione. Questo è un segnale importante che si aggiunge a tanti altri eventi che sulla strada del progetto di diffusione della cultura abbiamo realizzato.

Affinché non sfugga  alla memoria, vale la pena ricordare che appena un anno fa eravamo alla Università di Oxford, ospiti del Premboke College per la presentazione di un libro  su Collingwood, a cui avevano lavorato studiosi della Università di Napoli e Caserta, ed era la fine di un percorso che aveva visto impegnato il Rito in ben 14 incontri pubblici e tra questi anche nella Università di Urbino testimoniando un impegno - che deve essere ancora moltiplicato nel corpo della Comunione -   che aveva portato sul tavolo dei relatori prestigiosi studiosi della Università Italiane.

Ed ancora. Quattro pubblicazioni importanti con la Collana De Lantaarn del Rito di York  di Marco Rocchi, Cristiano Turriziani, Mauro Cascio ed anche di Massimo Agostini sul Femminile nel Sacro, sono certamente un indice che deve farci riflettere per meglio progettare il lavoro che coinvolge tanti compagni e tanti che per apprezzamento ci sono vicini e condividono con noi questo orgoglio di appartenenza. L’appartenenza e l’orgoglio sono insieme allo spirito libero il nuovo gradino su cui si misura il percorso del corpo rituale. Il senso del risveglio e la crescita che assistiamo in generale non deve essere momento di rilassamento ma, al contrario, spinta a raccogliere la domanda di novità anche all’interno del corpo rituale.

Una richiesta che va sostanziata con coraggio e scelte che possono portare anche a sacrifici ma che divengono indispensabili per attrezzarci alla profondità della via iniziatica che il rituale ci chiede. «Ho assistito a 18 interventi su un lavoro» - mi ha riferito entusiasmato- un Maestro dell’Arco Reale della Toscana alcuni giorni orsono. In quel momento ho percepito l’orgoglio di un lavoro che merita di essere sostenuto perché raccoglieva stimoli e modalità rituali mai percorse precedentemente ma che stavano nel solco non solo della tradizione ma nel concetto della profonda unità iniziatica del Rito. L’orgoglio di questo Compagno è anche merito come il lavoro di progetto deve essere stimolo a vedere la luce iniziatica nel suo più profondo ruolo sacrale... quello immacolato della pura Energia…
E sarà questa luce iniziatica e pura Energia che porteremo e cercheremo di trasmettere al Salone Internazionale del Libro di Torino dove saremo presenti con le nostre pubblicazioni della collana De Lantaarn.

venerdì 27 marzo 2015

Vezelay. La terza pietra di Maria Maddalena

di Valentina Marelli



Dopo aver lasciato la Provenza, ci spostiamo nella regione della Borgogna, più precisamente nel dipartimento della Yonne, in un piccolo borgo medioevale situato sulla strada percorsa dai pellegrini per raggiungere Santiago di Compostela dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità.

Pare che Vezelay debba il suo nome ad un certo Vercellus, proprietario terriero del IV – V secolo, proprio qui nel 860 circa i monaci Benedettini vi installarono uno straordinario convento tanto che Pierre le Venerable, Abate di Cluny, riferendosi a Vezelay scriveva: “ nel nostro paese, tranne Cluny, Vezelay non conosce rivali tra tutte le case del nostro Ordine”.

Era il tempo in cui i Saraceni avevano invaso la Provenza, e qui, come sempre avviene, alla storia si mescola la leggenda, pare che un monaco di nome Badio fu spedito a Saint Maximin con la missione di raccogliere le reliquie di Maria Maddalena che vi erano custodite e venerate.
Correva l’anno 1037 quando, in un giorno di festa, l’Abate Geoffrey presentò alla folla dei fedeli che erano li riuniti per la celebrazione, le reliquie della Santa. La leggenda narra che i pellegrini arrivarono così numerosi che la fama di Vezelay, già tappa di uno dei quattro cammini che conducevano a Santiago passando da Perigueux e Roncevaux, diventò rapidamente uguale a Roma e Gerusalemme: venivano ad implorare Maria Maddalena per ottenere la Grazia, per la liberazione dei prigionieri, e affinché i muti ritrovassero la parola ed i ciechi la vista.

Vista la copiosa fiumana di pellegrini, nel 1096 l’Abate Artaud cominciò a far edificare questa basilica, eretta su un sito già consacrato al culto; ma si era posta la necessità di uno spazio più ampio che potesse permettersi di ospitare molte più persone.

A Vezelay il 31 Marzo del 1146 nel giorno di Pasqua, San Bernardo, l’allora Abate di Clairvaux, predicava la seconda crociata alla presenza di centomila persone. Fu ancora da qui che Thomas Becket, Arcivescovo di Canterbury pronunciò la scomunica di Enrico II d’Inghilterra nel 1166.

Ai nostri giorni i pellegrini continuano a visitare questo luogo con numeri a tutt’oggi importanti, basti pensare che nel 1946 quarantamila pellegrini commemorarono l’ottavo centenario della II crociata, furono loro a portare le croci ci legno che oggi sono sigillate nei muri delle navate laterali.

La Basilica di Vezelay ha subito nel corso dei secoli incendi, ricostruzioni, rivisitazioni e mutilazioni, ma nonostante ciò resta uno dei monumenti più belli del suo tempo. Questo rende però difficile riuscire ad identificare quegli elementi di nostro interesse, poiché devono essere estrapolati da un contesto molto rimaneggiato.

Di certo le parti in assoluto più belle da un punto do vista estetico e maggiormente conservate sono i capitelli delle colonne che incorniciano la navata centrale e il portale centrale.




Il Portale Centrale



Il Portale Centrale è gigantesco ed è in effetti la meraviglia di Vezelay. Contiene nel suo messaggio tutta la conoscenza tradizionale del Medioevo.
La scena rappresentata sul timpano è la Pentecoste, o la Discesa dello Spirito Santo tramite la gerarchia teologica Cristiana. Primitivamente la pietra era ricoperta da una leggera policromia. Iscrizioni dipinte davano la chiave di interpretazione che ad oggi è incompleta. Le sculture del timpano risalgono approssimativamente intorno al 1125; in realtà questo portale così bene conservato era l’antica facciata della prima ed originale chiesa, nei rimaneggiamenti successivi fu aggiunta la facciata che vediamo che ha permesso a questo portale di conservarsi perfettamente non dovendo più subire le intemperie.
Nel centro il Cristo in gloria, che attraverso le sue braccia aperte, trasmette lo Spirito Santo ai suoi discepoli, dalle sue mani partono lunghi raggi che illuminano la testa degli Apostoli comunicando loro per imposizione, le qualità di 'messaggeri'.

Tra le molte statue presenti sul portale una tra tutte ha attirato la nostra attenzione; a destra sull’architrave un uomo cavalca un cavallo aiutandosi da una scala, affianco un Pigmeo e dietro di lui un personaggio dalle strane fattezze e sopratutto caratterizzato dalla grande altezza; pare appartenga al famigerato popolo dei Giganti…….ovvero la Civiltà Nuragica. Questo apre, so così fosse, una interessante parentesi su questa antichissima Civiltà ed un popolo che erano gli Shardana.


Val la pena una gita a Vezelay, per ritrovare e studiare i simboli che tanto nascosti non sono e magari ritrovare quella chiave interpretativa che pare sia andata perduta.
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Ars gratia artis. Un'immagine vale mille parole

di Davide Riboli



I libri di emblemi sono particolari libri illustrati che si diffusero in Europa nel XVI e XVII secolo e che finirono col costituire un vero e proprio genere letterario noto come 'emblematica'. Capostipite di questo curioso genere letterario può essere considerata l'opera di Andrea Alciato Emblemata, pubblicata nel 1531 in Germania e di cui è uscita da poco una bella edizione Adelphi.



Nel 1617, ad un solo anno di distanza dalla diffusione de Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz [il terzo - e probabilmente più diffuso - dei 'manifesti' resi pubblici dalla Confraternita dei Rosa-Croce], venne dato alle stampe il Societas Jesu et Roseae Crucis vera, attribuito a Daniel Cramer, un teologo luterano tedesco, fiero oppositore gesuita [come buona parte degli autori rosicruciani].



Il libro - oggi è facilmente rintracciabile in rete col titolo The Rosicrucian Emblems of Daniel Cramer, introdotto e commentato da Adam McLean e tradotto da Fiona Tait - si compone, più che di parole, di quaranta emblemi.



A partire dal 1700, tanta parte dell'apparato simbolico e iconografico rosicruciano, già influenzato dalle allegorie alchemiche, diviene parte integrante di quello massonico.


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giovedì 26 marzo 2015

L'opposizione islamica alla Massoneria

Serie filatelica raffigurante Abdel Kader, 
musulmano, massone, padre della nazione algerina

In questo articolo (in inglese) apparso sulla rivista Die Welt des Islams nel 1996, l'autore Jacob M. Landau analizza le radici storiche della diffusa opposizione dell'Islam alla Massoneria.

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Dal profondo dell’anima: Jung



«Quel che viene dopo la morte è qualcosa di uno splendore talmente indicibile, che la nostra immaginazione e la nostra sensibilità non potrebbero concepire nemmeno approssimativamente... Prima o poi, i morti diventeranno un tutt'uno con noi; ma , nella realtà attuale, sappiamo poco o nulla di quel modo d'essere. Cosa sapremo di questa terra, dopo la morte? La dissoluzione della nostra forma temporanea». Jung, pur non essendo un iniziato (viene sovente confuso con suo nonno, Carl Gustav Jung, che invece fu un massone), fu un profondo conoscitore del simbolismo esoterico, segnatamente alchemico, dell’occidente. Uno  straordinario omaggio a Jung quello che vi proponiamo oggi nel nostro blog.


Ruolo e potenza dei simboli



La Massoneria è fatta di simboli. Vi ricorderete il primo libro della collana curata dal Capitolo di studi del Rito di York, il De Lantaarn, uscito qualche anno fa e che si intitolava proprio così: Una simbologia in movimento. Una simbologia che ha ereditato il cuore esoterico e ‘tradizionale’ dell’Occidente. «Il simbolo è la potenza visiva di chi lo guarda» dice il professor Ippolito Spadafora dell’Università di Pisa, autore de «Il mondo dei simboli», volume pubblicato da Ets e presentato qualche giorno fa a Palazzo Reale. «Il simbolo una sorta di mappa nautica dell’idea». E così Spadafora passa in rassegna il simbolismo massonico che prende in prestito gli strumenti di lavoro dal mestiere operativo, spiritualizzandoli e adottandoli, appunto, come simboli.

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Il culto di Mithra



Il culto di Mithra ha origini antichissime, lì dove, miticamente, nasce il Rito di York. Già mille cinquecento anni prima di Cristo il suo culto era diffuso in gran parte dell'Asia centrale prima di estendersi nel Medio oriente e arrivare infine a Roma, dopo la guerra di Pompeo contro i pirati. A Roma si trasformò in una religione della speranza, professata dai mercanti, dai viaggiatori, dai legionari, fino a diventare culturalmente dominante e a confondersi con il culto dell'Imperatore, il Sol Invictus. Il Cristianesimo nascente fu il suo principale imitatore e oppositore fin quando, con gli Editti di Costantino e di Teodosio, il mithraismo non fu messo fuori legge. Ma il culto sopravvisse ancora per decenni, fino alla morte di Giovanni l'Apostata e alla scomparsa del paganesimo. Questo nuovo volume proposto da Tipheret, di Stelio W. Venceslai, è un ulteriore strumento di analisi delle fonti sapienziali, come l’alchimia, come la Qabalah, della Massoneria moderna.

I templari entrano nel castello di Rocca imperiale



Il castello federiciano di Rocca Imperiale abbassa il suo ponte levatoio per ospitare la mostra living history “Templaris”. La particolare vetrina dedicata ai cavalieri templari, con la storia e le leggende di cui si circondano, aprirà i battenti il 29 marzo e resterà a disposizione dei visitatori sino al 20 aprile 2015.

La mostra è organizzata dalle associazioni “Itineraria Bruttii, diretta da Paolo Gallo, e Antiquitas, con la collaborazione del Comune di Rocca Imperiale. Il giorno dell’inaugurazione, domenica delle Palme (29 marzo) alle 18, il taglio del nastro sarà accompagnato da una degustazione di dolci e bevande medievali, curata dal Polo tecnico-professionale “Sybaris-Laos” operativo nella Calabria citra (Sibartide, Tirreno e Pollino) in un vasto progetto di alternanza scuola-lavoro che coinvolge scuole e partner privati in un’ottica di sviluppo turistico del comprensorio.

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mercoledì 25 marzo 2015

Templari sul piccolo schermo




Ve lo ricordate Il Mistero dei Templari con Nicolas Cage? Un altro grande nome del cinema, Jeremy Renner, ha scelto il piccolo schermo per il suo prossimo progetto. La star di The Avengers e The Hurt Locker, non estranea al mondo della tv avendo preso parte a diverse produzioni anche come attore, è tornata alla rete via cavo History, la stessa con la quale di recente aveva collaborato alla miniserie World Wars come narratore, per lo sviluppo di un nuovo drama, Knightfall.

La storia si concentra sulla persecuzione, la caduta e il rogo dei Cavalieri Templari, fermati un venerdì 13 del 1307, data rimasta tristemente famosa nei successivi 700 anni proprio per questo avvenimento. Knightfall ripercorre gli eventi che portarono e seguirono la distruzione dell'ordine, facendolo diventare quel giorno uno dei momenti più prominenti nella storia di questo mondo.

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Cavalleria, Templari e Val d’Orcia




«Cavalleria, Templari e Val d'Orcia». Questo il tema dell'incontro che si terrà al Teatro Costantini di Radicofani (Siena), organizzata dalla loggia «Ghino di Tacco» in collaborazione con il Collegio Circoscrizionale dei Maestri Venerabili della Toscana e il patrocinio dell Comune.

Dopo i saluti del Sindaco Francesco Fabbrizzi e del Presidente del Collegio Circoscrizionale Francesco Borgognoni,prenderà il via la conferenza, cui seguirà il dibattito. A condurre sarà da Gianmichele Galassi. Vi parteciperanno: Fabio Marco Fabbri, Gerardo Lonardoni ed Alessio Varisco. Le conclusioni saranno affidate al Gran Maestro Stefano Bisi. Per informazioni: segreteriaghinoditacco@gmail.com.

Fonte: GOI

Chi scopre se stesso trova anche Dio. In uscita il libro di Franco Ferrara



Una vecchia leggenda indù racconta che vi fu un tempo in cui tutti gli uomini erano dei. Essi, però, abusarono talmente della loro divinità che Brahma, signore degli dei, decise di privarli del potere divino e di nasconderlo in un posto dove fosse impossibile trovarlo. Il grande problema fu quello di trovare un nascondiglio. Quando gli dei minori furono riuniti a consiglio per risolvere quel dilemma, essi proposero il seguente consiglio: «Seppelliamo la divinità dell’uomo nella Terra». Brahma rispose: «No, non basta, perché l’uomo scaverà e la ritroverà». Gli dei replicarono: «In tal caso, gettiamo la divinità nel più profondo degli oceani». E di nuovo Brahma rispose: «No, perché, prima o poi, l’uomo esplorerà le cavità di tutti gli oceani e, sicuramente, un giorno, la ritroverà e la riporterà in superficie». Gli dei minori, allora, conclusero: «Non sappiamo dove nasconderla, perché non sembra esistere, sulla terra o in mare, luogo alcuno che l’uomo non possa, una volta, raggiungere». Brahma, a quel punto, disse: «Ecco ciò che faremo della divinità dell’uomo: la nasconderemo nel suo io più profondo e segreto, perché è il solo posto dove non gli verrà mai in mente di cercarla». A partire da quel tempo, conclude la leggenda, l’uomo ha compiuto il periplo della terra, ha esplorato, scalato montagne, scavato la terra e si è immerso nei mari alla ricerca di qualcosa che si trova dentro di lui.

Equinozio di primavera a Villa Corliano. Un'esperienza indimenticabile

di Massimo Agostini



Nel giorno dell’Equinozio di primavera ed  in occasione dell’antico Capodanno  pisano, il Clan Sinclair Italia ha avuto il privilegio di incontrarsi nella prestigiosa Villa rinascimentale di Corliano a San Giuliano Terme.
Tre giorni intensi, vissuti nella magica armonia di una dimora filosofale che vive ancora dei fasti lasciati ai posteri da sapienti uomini del passato, quale testamento simbolico della loro suprema anima iniziatica. Guidati dall’ultimo discendente della nobile ed antichissima famiglia degli Agostini Fantini Venerosi della Seta, i soci del Clan hanno potuto rivivere le storie degli antichi accademici che hanno abitato la Villa.
Villa di Corliano è una dimora storica del XV secolo decorata all’esterno con graffiti cinquecenteschi tipici del manierismo fiorentino, presentando all’interno simbolici affreschi di Andrea Boscoli (1590) e di G. Battista Tempesti (1754). Gli affreschi del salone, risalenti al rinascimento fiorentino, costituiscono un compendio simbolico-iniziatico che dona alla villa l’essenza di una tempio iniziatico dedicato alle “Nozze Sacre”, così come rappresentato dall’affresco il Convivio delle divinità di Andrea Boscoli, che rappresenta un baccanale di Dèi volto a cogliere il favore delle divinità per lo sposalizio sacro tra Pietro della Seta e Laura Lanfranchi.
L’affresco sembra quindi evocare antiche cerimonie iniziatiche nel corso delle quali il principe-mago e la principessa-sacerdotessa assumevano l’essenza spirituale delle divinità al fine di donare, con la loro ierogamia, nuova luce all’umanità.

La Villa di Corliano è stata infatti testimone delle erudite discussioni di Accademici dell’Umanesimo Rinascimentale, di uomini liberi iniziati ai segreti della Rosa-Croce, così come si evince dai tanti simboli riprodotti nella villa. Infatti il monumentale edificio fu sede di numerose Accademie, da quella degli Svegliati fino alla Colonia Alfea, filiazione pisana dell'Accademia dell'Arcadia, presentando anche sulla facciata fregi dell'Accademia degli Stravaganti (una tartaruga ed una lepre). Il piacevole soggiorno in villa è stato arricchito anche da una solenne cerimonia tenutasi nella mattinata di sabato 21 marzo dagli Scottish Rite Knight Templars della Henry St. Clair Preceptory end Commandery che, in abito scozzese e cinti del bianco mantello crociato, hanno fatto il loro solenne ingresso in Villa, accompagnati dal suono magico delle cornamuse. Nel pomeriggio di sabato i soci del Clan, alla presenza di un numerosissimo pubblico, hanno potuto godere della erudita e sapiente conferenza dal titolo La Rosa e la Villa di Corliano tenuta da Luigi Prunetti ed organizzata congiuntamente dal Clan Sinclair Italia e dall’Ateneo Tradizionale Mediterraneo. Dopo i saluti di Agostino Agostini Venerosi della Seta, proprietario della Villa, e la significativa e sapiente introduzione del presidente del Clan, Tiziano Busca,  il Rettore dall’Ateneo Tradizionale Mediterraneo, Luigi Pruneti, ha condotto il pubblico a rivivere la storia, gli antichi fasti, il simbolismo di una delle più importanti dimore filosofali del Rinascimento Italiano.
Il folto pubblico ha poi potuto continuare ad approfondire i temi trattati nell’incontro conviviale tenutosi presso l’Osteria dell’Ussero e conclusosi, per i soci rimasti fino a tarda notte, con un tradizionale brindisi Scozzese ed una spaghettata di mezzanotte. Prossimo appuntamento a Parma il 25 aprile.
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martedì 24 marzo 2015

Il Rito di York, una introduzione storica

di Piero Boldrin


Alle origini della Libera Muratoria

Antichi scalpellini


È quasi certo che nella Libera Muratoria operativa vi fossero due gradi, ossia Apprendista Libero Muratore e Compagno d’Arte. Il Maestro Venerabile non era un grado, bensì una carica che veniva conferita al Compagno più meritevole nell’Arte dal Maestro Architetto che dirigeva più cantieri. Secondo Louis Charpentier (Les Mysteres de la Cathédrale de Chartes, cap. XVIII) esistevano tre 'fraternità': Les Enfants du Père Soubise, Les Enfants de Maitre Jacques e Les Enfants de Salomon. Les Enfants hanno lasciato eredi conosciuti attualmente sotto il nome di Compagnons des Devoirs du Tour de France, nome loro conferito nel XIX secolo. Si innesta quindi, nel discorso generale, il concetto del Compagnonaggio, la cui  etimologia (Giovanni De Castro, p. 382) deriva da companio, companionen da cum e panis, colui che mangia lo stesso pane, e nel provenzale companatge (nutrimento), nel vecchio francese compagnage e per noi 'companatico'.
Si evince immediatamente che la parola 'Compagno', con la quale si appellano tra loro i Massoni dell'Arco Reale, è il retaggio di una muratoria operativa abbastanza affine, se vogliamo almeno sul piano filosofico, al concetto di Compagnonaggio francese. Non possiamo dimenticare, infatti, che, mentre nella lingua inglese il termine Compagno d'Arte in Loggia è definito dalla parola Fellowcraft, il massone praticante l'Arco Reale è chiamato Companion. Quando, il 24 giugno 1717, giorno consacrato a San Giovanni Battista, venne fondata la Gran Loggia d'Inghilterra, non tutte le logge vi aderirono. Alcune rimasero ancorate alla Massoneria di mestiere ed avrebbero voluto studiare e ristampare gli antichi manoscritti. Costoro, guidati da Laurence Dermott, costituirono il 17 1uglio 1751, nella taverna 'Alla testa del turco', la 'Grand Lodge of England according to the Old Institutions', autoproclamandosi Ancients, mentre battezzarono i membri della Gran Loggia del 1717, Moderns.
Gli Ancients si fecero portavoce di una tradizione che era mutuata dalla corporazione di mestiere operativa ma la cui origine rituale si perdeva nella storia: si tratta del grado di Royal Arch (l'Arco Reale), che avrebbe dovuto dare una risposta alle domande non risolte nella leggenda della morte di Hiram e porsi, quindi, come pietra d'angolo dell'edificio ritualistico della Libera Muratoria. Laurence Dermott, nella sua Costituzione del 1751, intitolata Ahiman Rezon, faceva risalire la paternità degli Ancients nientemeno che alla mitica Gran Loggia operativa di York nell'anno 926.



Arco Reale e spiritualità tradizionale

La piena rivelazione è il segreto dell'Arco Reale


Il rituale dell'Arco Reale è, indubbiamente, più vicino di altri allo spirito originario della Massoneria, in special modo nel momento in cui al neo-eletto Maestro Venerabile (Maestro poiché nella Massoneria speculativa era ormai invalso l'uso del terzo grado) veniva fornita dal Capitolo, cioè l'ordine massonico composto solamente da ex Maestri Venerabili, una particolare e solenne Unzione. Infine, al neo Maestro Venerabile veniva rivelata la Parola Perduta.

In proposito, lo stesso René Guenon , che non si può certo dire che sia troppo accomodante con alcuna forma ritualistica moderna, scrivendo dell'Arco Reale afferma: «Così è in particolare del grado di Royal Arch, il solo che possa considerarsi strettamente massonico propriamente parlando, e la cui diretta origine operativa non può sollevare alcun dubbio: è in qualche modo il complemento normale di Maestro, con una prospettiva aperta sui Grandi Misteri». E più oltre: «Sotto questo aspetto... il grado di Royal Arch avrebbe quindi più ragioni... di considerarsi come il nec plus ultra dell'iniziazione massonica». Secondo il già citato Ahiman Rezon, l'Arco Reale era "la radice, il cuore ed il midollo della Massoneria". Come afferma il Fr Ed. Stolper l'Arco Reale dimostrò di possedere un'attrazione magnetica cui moltissimi fratelli 'moderni' non potevano resistere. Finiva così che si facevano investire di un quarto grado, segretamente o apertamente, in una Loggia degli Antichi, quando non addirittura in una Loggia 'moderna' che lo forniva quasi clandestinamente. Si venne perciò a creare, in materia tra l’ufficioso e l'ufficiale, il Gran Capitolo dei Moderns.
Nel 1771, preoccupati dell'attività degli avversari, gli Antichi costituirono il loro Gran Capitolo, sembrerebbe una beffa della storia: concepirlo per primi e crearlo istituzionalmente dopo! Finalmente il 27 dicembre de1 1813, le due famiglie si unificarono, dando così vita alla "United Grand Lodge of England". Durante le trattative, la questione dell'Arco Reale fu argomento di primaria importanza. Secondo l'indirizzo dei Moderns sarebbe stato da intendersi come una società distinta, mentre per gli Ancients il grado veniva considerato come una parte integrante ed essenziale della Massoneria dei tre Gradi dell'Ordine. In conclusione, il patto d'unione tra due Grandi Logge stabilì che "la pura, antica Massoneria è composta da tre gradi, e non di più, cioè quelli di Apprendista, del Compagno d'Arte e del Maestro, incluso il Supremo Ordine del Sacro Arco Reale". Nel 1817, infine, si unificarono anche i due Gran Capitoli dei Moderns e degli Ancients.



Nel tempo presente

L'attuale Sommo Sacerdote del Gran Capitolo dei Maestri dell'Arco Reale Tiziano Busca


Oggi si può dire che esistono quattro gruppi o sistemi nell'Arco Reale, tutti comunque originari del mondo anglosassone. In ordine d'importanza numerica essi sono: quello degli Stati Uniti, dell'Inghilterra, della Scozia e dell'Irlanda. I sistemi inglese, scozzese ed irlandese sono rimasti come esaltazione e coronamento del lavoro di Loggia nell'ambito dell'Ordine, mentre quello americano, denominato Sistema o Rito di York, è costituito da una serie di gradi capitolari, criptici e cavallereschi, che si configurano come un Rito vero e proprio, ritualmente ed amministrativamente staccato dall'Ordine medesimo. Possiamo dire, storicamente, che l'Arco Reale fu portato in America dalle obbedienze anglosassoni, e che il risultato della guerra d'indipendenza delle colonie inglesi, in seguito diventate Stati Uniti d'America, produsse anche mutamenti sostanziali nell'ambito massonico. Venendosi a creare delle nuove entità nazionali sovrane, furono costituite delle Gran Logge autonome per ogni Stato. Il primo Stato, ad esempio, ad avere la propria Gran Loggia indipendente fu il Massachussets, nel 1777. Lasciando le Obbedienze della madrepatria per crearne delle nuove, i fratelli americani interpretarono il pensiero muratorio alla luce della loro giovane esperienza storica, con spirito di democrazia e 'progressismo'. Anche il concetto di Arco Reale (non scordiamo che nelle colonie inglesi di oltre Oceano aveva avuto notevole influenza l'obbedienza degli Ancients) rimase nella tradizione americana ma con qualche diversità. Anzitutto pur riconoscendo la validità del simbolismo dell'Arco Reale, gli statunitensi pensarono che tutti i fratelli Maestri meritevoli avessero il diritto virtuale di esserne insigniti, anche se non erano mai stati Maestri Venerabili. Si edificarono Capitoli che, al di fuori delle Logge, riunivano più Maestri regolari. E si costituivano con il simbolismo della Loggia dei primi gradi; inoltre conferivano sia il sigillo dei Massoni operativi, che l'esaltazione simbolica del Venerabilato; infine comunicavano il ritrovamento della Parola Perduta.
Così, con semplicità storica, furono poste le basi dei Capitoli americani dell'Arco Reale, che sarebbero poi diventati la colonna portante di quello che oggi si chiama il Rito di York o Rito Americano. I Capitoli, aderenti al General Grand Charter of Royal Arch Masons (fondato a Hartford, Connecticut nel 1798), e conferiscono i gradi di: Maestro del Sigillo; Maestro ex Venerabile; Maestro Eminente; Maestro dell'Arco Reale. Accanto ai Capitoli, si vennero ad innestare gradi addizionali sempre di provenienza anglosassone, che diedero origine ai Councils ed alle Commanderies.
Il Rito di York è strutturato in maniera non piramidale e, pur se è necessario essere Maestri dell'Arco Reale per essere iniziati nei Councils o nelle Commanderies, ciascuno di questi due ulteriori corpi dipende, tuttavia, da un "Grand Councils" o da un "Grand Encampment of Knights Templar", indipendenti tra loro.
I Concili, aderenti al Grand Councils of Royal and Select Masters (fondato a New York il 12 giugno 1872), conferiscono i gradi di: Maestro Reale; Maestro Eletto; ed un grado onorifico non sempre praticato, cioè quello di Maestro Eccellentissimo. Le Commanderie, aderenti, come già detto, al Grand Encampment of Knights Templar (riorganizzato a New York il 21 giugno 1816), conferiscono i cavalieri di: Ordine della Croce Rossa, Ordine di Malta, Ordine del Tempio.



Una filosofia biblico-templare

Il Tempio di Re Salomone


Tutta la filosofia del Rito di York, a partire dalla premessa che informa il sistema, è a sfondo biblico-templare, quindi essenzialmente cristiana. Del resto erano profondamente cristiani anche i nostri predecessori operativi, dal momento che costruivano edifici sacri.
Nel grado di Maestro del Marchio, ciascun operaio viene identificato con un sigillo personale, e gli viene rivelata la "Pietra d'Angolo" della Massoneria, attraverso il lavoro corale.
Nel grado di Maestro ex Venerabile, il candidato viene insediato sulla Cattedra delle Verità, imparando prima ad obbedire che a comandare.
Nel grado di Maestro Eminente, il Tempio è finalmente ultimato e la benedizione carismatica del cielo scende a sacralizzare il lavoro compiuto. Il re Salomone affida agli operai la missione di diffondere l'Arte Reale in tutti i paesi della terra.
Nel grado di Maestro dell'Arco Reale, è rappresentata la distruzione del primo Tempio, distruzione avvenuta dopo la morte di Salomone, la deportazione a Babilonia ed il ritorno a Gerusalemme per iniziare la costruzione del secondo Tempio, sulle macerie del primo. In questo grado vi è il passaggio dei Veli (ancora praticato nell'Arco reale inglese, in un capitolo di Bristol), che ricorda da vicino il simbolismo dei quattro evangelisti, e nel corso del quale viene svelata al candidato la Parola Perduta. Nel grado di Maestro Reale il rituale ritorna indietro rispetto alla vicenda del Maestro Hiram: esso impartisce le sue riflessioni sulla morte e sul modo di seppellire la Parola Segreta, perché non venga scoperta dai profani.
Nel grado di Maestro eletto, che attiene ancora al periodo precedente alla morte di Hiram, viene evidenziata la volontà dell'Iniziato, di Zabud, e la sconfitta del dormiente Ahishar, che viene punito della sua pigrizia con la morte iniziatica.

In finis

l. Nell'Ordine della Croce Rossa si narrano leggende anteriori alla ricostruzione del Tempio riguardanti alcuni episodi della cattività babilonese che incitavano il popolo ebraico al ritorno in patria, per dar corso alla ricostruzione di un nuovo Tempio di Gerusalemme.

2. L'Ordine di Malta svolge un rituale prettamente cristiano; esso si riferisce ad avvenimenti e luoghi che si trovano nel Nuovo Testamento, ed offre un'interpretazione massonica dei principi cristiani.

3. L’Ordine del Tempio, quello dei Cavalieri templari, riconduce al Tempio di Salomone, che essi strenuamente difesero. Quasi a conclusione di un lungo viaggio iniziatico, viene in questo ambito esplicitamente richiesta una prova di fede, baluardo capace di respingere gli attacchi della contro-iniziazione e, al tempo stesso pura difesa dei valori della tradizione iniziatica occidentale..

lunedì 23 marzo 2015

Il simbolismo della costruzione. La quadratura del cerchio

di Aurora Distefano

La triplice cinta nell'Abbazia di Valvisciolo, a Latina

«...quella linea centrale che si vede e non si vede... e che, quale tendenza al bene è la via della rettificazione e della conoscenza. Nelle cattedrali, essa è una sorta di vuoto che si protende verso l’Alto per penetrarlo ... e allo stesso tempo, lo accoglie in quanto spazio colmabile. Vediamo così delinearsi, man mano che sfioriamo i simboli per la costruzione, quelli della costruzione»

In un organismo composito (Uomo-Loggia), occorre una parte che ... “metta a fuoco”, grado per grado, la luce che è dato di percepire;  esiste per tanto una funzione (MdC) che attualizza lo stato interiore (stato di ‘presenza’). Lo fa come “braccio attivo”; mette in Opera, a nome degli Operai, chiamato dal M.V., rappresentando nell’uomo quella parte (giusta e perfetta), chiamata a svolgere LA propria funzione.
Formulato un progetto (costruzione), le energie dei due lati convergono come un soffio unico, sulla linea centrale, si raccolgono per manifestare il progetto stesso.  E questo, come noto, avviene attraverso gesti rituali, che si trovano anche in momenti della vita profana,  come quando si prepara un ambiente bello (mediante supporti visivi-luci, tattili-atttrezzi, olfattivi-incensi, auditivi-musica, gustativi -cfr. AGAPE-), dove ci si riunisca quindi con una sola forza-intento, per operare un progetto comune.  Semplici esempi sono anche il pensare prima di parlare, prendere un respiro profondo prima di agire, baciare una persona cara quando la si incontra. 
Quindi, tralasciati gli strumenti fisici, la costruzione si sposta all’interno del Tempio (Tempio interiore), “inquadrando(vi)”, secondo regole comuni, tempo e spazio, che verranno a loro volta superati, esattamente come l’Iniziato valicherà il Temenos che ha cinto l’Uomo.

La triplice cinta
Gli spazi operativi raffigurati come una Triplice Cinta sono nell’uomo lo stato fisico, di coscienza e del livello energetico (che impronta l’Eggregore) necessari ad operare, e vengono preparati dal custode della tradizione energetica (MdC) per facilitare l’accesso ad uno stato interiore analogo per Fratelli e Sorelle.  Essendo essi stessi le mura e le colonne, quando si parla di preparazione delle mura (1ª cinta) non si intenda mai solo una “decorazione” esteriore;  la seconda cinta sarà formata dalla collocazione dei Fratelli nello spazio - Quadrilungo- (ingresso e deambulazioni, tenendo conto che squadrare il Tempio è come squadrare la pietra),  e infine il tracciamento del Quadro di Loggia creerà la terza.
I tre livelli, fisico – animico - energetico, si ritrovano per esempio anche nelle cantiche dantesche, e infatti la triplice cinta “rappresenta... anche i tre gradi di iniziazione”, e sono coronati da un punto centrale, che si traccia ad un certo livello della verticale rappresentata dal bastone quando alcune azioni vengono scandite. 
In basso, come in alto, tale punto, come la luce di cui avremo forse occasione di parlare, avvolge ed è avvolto. È una luce interiore, e la luce che avvolge. 
Tale punto corrisponde al luogo noto in cui ci s riunisce, e ivi raccoglie gli assi convergenti da N-S e E-O, Z-N,  collocato nel punto geografico, geometrico o geodetico a seconda del Grado in cui si opera.
Altresì importante, è considerare che tutto ciò che “costruisce” e pertanto manifestamente produce movimento e suono, lo fa in grazia di una componente “nascosta” (attrito-luce).  Pertanto, se le sei direzioni hanno analogia fisica (6 è il n. a. del Carbonio, sono sei le direzioni del respiro e tale numero indurrà alcuni a pensare a Tipheret e Vav), la linea centrale (tendenza al bene, Sushumna - Axis Mundi – Bastone - “Adesso”), che concretizza il punto e con la quale ci si allinea, indica la direzione per valicare il Tempio stesso;  indica la direzione di quel trasumanar, che “non si porìa per verbo”:  avviene in Silenzio.

Invasioni digitali. A Magliano si racconteranno i Templari con cellulare e social




Far crescere la cultura, renderla partecipativa attraverso le nuove tecnologie, nutrire il Paese della sua stessa prima fonte di vita. Questo il senso, in tre parole, del progetto “Invasioni digitali”, un’idea del salernitano Fabrizio Todisco, che sta letteralmente conquistando passo dopo passo il Belpaese, a suon di tweet, post su Facebook, immagini su Instagram e Pinterest. Il kit dell’invasore è semplice e ormai alla portata di tutti. Basta essere muniti di smartphone, tablet e macchina fotografica per raccontare in tempo reale e condividere sui social network bellezze, curiosità, storia e arte tutta italiana. Una bella iniziativa anche alla scoperta dei Templari.

La Massoneria va a scuola

Il quarto titolo della collana di studio De Lantaarn (Tipheret ed.)

La Massoneria va a scuola. Lo fa a Fano, presso il Liceo Classico Nolfi, dove Marco Rocchi, Venerabile della Antonio Jorio di Pesaro, Compagno dell’Arco Reale e cofondatore del Capitolo di Studi De Lantaarn. Rocchi, docente all’Università di Urbino e autore del testo «Rinato nella pietra. Psicologia e Antropologia dell’iniziazione massonica».
Molta curiosità da parte degli studenti, che hanno fatto molte domande, sulla natura ‘tradizionale’ della Massoneria, di carattere cioè teoretico e speculativo, delle influenze alchemiche e cabalistiche, e più generalmente ‘sapienziali’, fino alle patologie massoniche più note, la P2 in primis..

venerdì 20 marzo 2015

Mostra Trismegista alla Ritman Library di Amsterdam

di Davide Riboli


«Cuore di Re. Che dà vita agli uomini. Grande mago. 
Benefattore universale. Splendido nel discorso. Tre volte grande»
Epiteti di Thoth riportati da geroglifici egiziani

«Salve, Hermes, datore di grazia, guida, e di cose buone!»
Inno omerico a Hermes

«Lui sa tutto ciò che è nascosto sotto la volta celeste e sotto la terra»
Papiri magici greci, VIII, 14-15



Si è aperta il 6 gennaio e terminerà il 31 luglio 2015 una bella mostra intitolata "Master of Change: Images of Hermes Trismegistus", organizzata dalla Ritman Library di Amsterdam. L'esposizione presenta un ricco apparato iconografico legato ad Ermete Trismegisto ed agli attributi a lui associabili come la tavola smeraldina, la sfera armillare, l'ouroboros ed il caduceo.

Quasi tutte le immagini sono tratte da opere della collezione Ritman e provengono essenzialmente da libri e manoscritti che vanno dal primo Cinquecento alla fine del XVIII secolo.

La Ritman Library, o Bibliotheca Philosophica Hermetica, è stata fondata da Joost R. Ritman, un imprenditore olandese con un profondo interesse per l’esoterismo che iniziò fin da giovane a collezionare libri antichi e rari. Sul sito ufficiale sono presenti molti articoli interessanti, l’intero catalogo della biblioteca ed una ricca raccolta di immagini.

Attraverso pannelli illustrativi, disegni e stampe, la mostra crea una sorta di “eterna ghirlanda brillante” che lega tra loro le varie interpretazioni di Hermes Trismegistus attraverso i secoli e le diverse civiltà.

Si parte da Toth, psicopompo e dio egiziano del sublunare e quindi del tempo ciclico, ma anche della lettera, della parola e della medicina e si incontrano poi il misterioso Hermanubis, il greco Hermes, il romano Mercurius e infine quell’Hermes Trismegistus che arriverà ad esercitare una così profonda influenza su tutta la filosofia chimica, sull’episodio rosicruciano e persino su parte del pensiero massonico.

E assistendo a questo “teatro delle metamorfosi”, si incontrano i massimi pensatori di Tradizione: Anassagora, Maria la Giudea, Raimondo Lullo, Pitagora, Democrito, Eraclito, Avicenna, Marsilio Ficino e la Scuola Neoplatonica. Tra l’altro, è posta bene in luce l'importanza della corte dei Medici che tanto ha fatto conservando, traducendo e divulgando testi e arti che altrimenti non avrebbero avuto alcuna possibilità di circolare.

«Quindi non è sempre facile per tutti ottenere una affiliazione a questa tradizione [...] che non si esprime in maniera religiosa o sentimentale-devozionale, che non ha stretta ortodossia teologica, ma che vive la propria dottrina attraverso la Conoscenza e costringe costantemente l'Apprendista a verificare da sé ciò che accade durante il percorso iniziatico nel suo essere interiore [...] e può essere considerata inadatta per chi desideri rimanere tranquillo a lamentarsi delle proprie vicende, invece che intraprendere il proprio viaggio, presieduto dal Silenzio Ermetico». 

Federico González, Ermetismo e Massoneria


La basilica di Saint Maximin

di Valentina Marelli



Lasciamo la Sainte Baume con i cuore ancora in sussulto e rechiamoci più a valle in un paesino poco distante dalla grotta,  il paese di Saint Maximin; e come si sa nuovo il posto nuove le leggende. I due luoghi sono collegati da una contiguità storica ed ideologia ma questo non ha impedito il proliferare ed il racconto di storie che tra di loro non si incastrano alla perfezione. Poco importa, alla fine queste incongruenze nulla tolgono alle atmosfere ed ai simboli celati nella roccia.

Appena si imbocca la strada per raggiungere il paese vediamo emergere un imponente complesso: la Basilica di Santa Maria Maddalena con annesso convento.

Nel 1859 Padre Lacordaire scriveva di questo luogo definendolo il “ Terzo Sepolcro della Cristianità” dopo Gerusalemme e Roma, quello che ci troviamo ad ammirare non è solamente un bel monumento qualsiasi ma il reliquiario immenso che custodisce le spoglie mortali di Maria Maddalena, l’Apostolo degli Apostoli come la chiamano i Padri della Chiesa. Scavi realizzati nel 1993 hanno dato alla luce un edificio primitivo che doveva essere molto probabilmente una chiesa dell’antichità risalente al V secolo alla quale è stato aggiunto un battistero forse del VI secolo, comunicante con esso attraverso tre porte.

Queste scoperte sono importantissime per conoscere l’origine di Saint Maximin. Vi erano su di un colle vicino un Castrum di origine ligure chiamato Redonas, e delle proprietà agricole, sviluppate in epoca gallo-romana attorno alla pianura e denominate dai Romani Villa Lata. La scoperta di questo battistero, a pochi metri da un luogo di culto per conservare le reliquie della Santa e di alcuni dei suoi compagni, attesta una vita cristiana attiva fin dall’epoca costantiniana. Occorre notare che il livello del pavimento è pressappoco lo stesso di quello del battistero; si può quindi supporre che il luogo di culto primitivo sia diventato Cripta per l’innalzamento naturale del terreno e che la Basilica vi è stata edificata sopra.

Questo monumento grandioso si deve all’espressa volontà di Carlo II d’Angiò, conte di Provenza, in onore della Santa, Maria Maddalena appunto che sarebbe giunta con i suoi compagni sulle coste provenzali per predicarvi la Buona Novella. Dopo anni di austero isolamento nella grotta solitaria della Sainte Baume, avrebbe intrapreso un lungo cammino verso il luogo dove il discepolo Massimino, primo vescovo di Aix, aveva innalzato un edifico sacro. Leggenda vuole che gli morì tra le braccia e fu sepolta per volere di Massimino nel luogo dove oggi sorge la basilica che oggi porta il suo nome.

Il principe Carlo di Salerno, figlio di Carlo I d’Angiò, re di Napoli e di Sicilia, conte di Provenza, Fratello di San Luigi, non ignorava le tradizioni e leggende provenzali. Decise nel 1279 di far intraprendere gli scavi al fine di ritrovare le reliquie di Maria Maddalena di cui si erano perse le tracce al tempo delle invasioni dei Saraceni nell’VIII secolo. In effetti per sottrarre questi preziosi resti alla profanazione degli infedeli, i quattro stupendi sarcofagi erano stati nascosti sotto terra nel 716.

Il principe Carlo ebbe la gioia di riportare alla luce la cripta contenente i sarcofagi e le reliquie, volle allora la costruzione di un magnifico monumento che le custodisse.  Gli scavi erano stati intrapresi nel 1279, l’elevazione delle reliquie fatta nel maggio del 1280 e la costruzione della basilica iniziata nel 1295. Tempi a dire il vero miracolosamente rapidissimi, segno che il buon Carlo II sapesse esattamente dove scavare. Ma da chi lo aveva appreso?

Nel 1521 la Basilica ha subito dei forti cambiamenti e rimaneggiamenti tanto che delle 66 vetrate originarie oggi ne sono rimastre 44, le finestre delle cappelle sono state murate dietro le pale e gli altari, che hanno perso il loro orientamento primitivo. Alla purezza del gotico sono stati aggiunti tutta una serie di elementi barocchi e quadri che pur avendo snaturato completamente la natura della basilica si armonizzano abbastanza bene.

Un unico elemento è rimasto praticamente intatto: la Cripta che è il cuore, il luogo santo per eccellenza della basilica. Lì per secoli sono stati custoditi i preziosi resti dei primi missionari. La volta attuale non è originale a differenza del pavimento è stata rifatta all’epoca della costruzione della nuova grande chiesa.

Racchiude quattro bellissimi sarcofagi, di cui tre del IV secolo ed uno del V. Per molto tempo si è pensato che quello di santa Maddalena fosse in alabastro, in realtà è stato analizzato nel 1953 in una indagine condotta dal Prof. Astre della facoltà di scienze di Tolosa ed è risultato di un materiale rarissimo proveniente dalle cave imperiali di marmo del mar di Marmara, vicino Costantinopoli. Questo sarcofago serve da altare sul quale svetta un reliquiario che contiene il teschio della Maddalena. Gli altri tre sono quelli di San Massimino, San Dionio e delle Sante Marcella e Susanna.

È un luogo di una bellezza e spiritualità che è impossibile poter trasmettere a parole, e se posso permettermi un piccolo consiglio: arrivateci scalzi, fate in modo che i vostri piedi tocchino il suolo sacro calpestato secoli fa da Maddelena, arrivateci con la mano sul cuore come solevano fare i Cavalieri Templari per renderle omaggio intonando il Non Nobis Domine, ed inginocchiatevi dinnanzi a lei esattamente al centro tra le due croci incise nel pavimento, e lasciatevi travolgere dall’energia di questo magico luogo.

Un particolare interessante

Sui muri della Basilica in particolare su quelli della scala che porta alla Cripta è inciso ripetutamente un simbolo particolare. Concorderemo tutti che si tratta di un Arco e che è abbastanza insolito da trovare in una chiesa; questo luogo così come la grotta della Saint Baume è meta obbligata di ogni Compagnons, ovvero i Compagni del Dovere che come dicevamo erano attivi in Francia come Gilda di Mestiere e che secondo Charpentier è attiva ancora oggi come abbiamo visto parlando delle vetrate della Saint Baume. Maddalena è la loro santa protettrice e questa Basilica è una delle tappe del loro “tour” Iniziatico, secondo la loro concezione Maria Maddalena simboleggia la lenta progressione che, durante tutta la vita seminata di successi e fallimenti, permetterà all’iniziato di scoprire poco a poco il senso della sua esistenza. Questo simbolo ad Arco appunto rappresenta proprio questo Cammino Iniziatico nella sua interessa, il suo Completamento... solo a me ricorda la simbologia dell’Arco Reale?


Il Viaggio di Ciro e il Discorso sulla teologia e la mitologia pagana

di Alain de Keghel



«Il Viaggio di Ciro e il Discorso sulla teologia e la mitologia pagana» del Cavaliere di Ramsay, recentemente pubblicati in italiano, hanno naturalmente attirato la nostra attenzione per più motivi.

Per il Rito Scozzese Antico e Accettato questo letterato è un elemento di riferimento importante in quanto, a differenza di James Anderson che aveva fondato la sua costruzione della “storia” di una Massoneria fortemente legata all’Antico Testamento, Ramsay è, per quanto lo riguarda, uno dei principali autori che hanno fortemente ispirato la mitologia massonica legata allo spirito delle Crociate. Conosciamo due versioni del suo famoso Discorso pronunciato il 26 dicembre 1736, si pensa nella Loggia Saint Thomas, quella alla quale apparteneva anche Lord Darentwater. La seconda versione, alla fine, non sarebbe stata pronunciata per non entrare in urto con l’amico il Cardinale de Fleury, che non nutriva alcuna simpatia per l’Ordine massonico.

La Prefazione di Gianmichele Galassi è ricca di informazioni in merito al complesso itinerario spirituale di Ramsay che, arrivato dalla Scozia, si stabilisce in Francia per divenire il precettore del Principe di Turenne ed in seguito ricoprire la medesima funzione a Roma per il figlio di Giacomo III, Pretendente al trono di Inghilterra. Iniziato in Loggia nel 1725, si interessò all’inizio ai cattolici giacobiti ma il suo secondo Discorso – quello mai pronunciato – guardava anche con interesse ai gallicani legati alla casata degli Hannover, ponendo l’accento sulla redazione di un “Dizionario universale delle arti liberali e delle scienze utili” e rivelando dunque la tendenza istintiva di Ramsay verso una religione naturale della quale la massoneria rappresentava per lui la chiave di volta. Fénelon, di cui divenne amico, riuscì a convincerlo della sua dottrina ed a farlo convertire al cattolicesimo. Un itinerario spirituale leggermente insolito, che gli procurò gli scherni di Montesquieu.

Gianmichele Galassi invita qui il lettore a seguirlo lungo un percorso iniziatico, ricco di riferimenti alle fonti che egli ha ritrovato con molto talento, basandosi su una bibliografia tanto ricca quanto varia.

giovedì 19 marzo 2015

Il Sommo Sacerdote Tiziano Busca a Taranto



Si è svolta presso la Casa Massonica di Taranto una riunione rituale del Capitolo Federico II all’Oriente di Taranto, alla presenza del Sommo Sacerdote Tiziano Busca, del Deputy per la Puglia Mauro Leone, del Gran Comandante degli Ausiliari Maurizio Vitali e della Gran Sentinella Mimmo Bilotta. Sono intervenuti i Gran Sacerdoti e numerosi compagni dei Capitoli Collegium Fraternitatis dell’Oriente di Gallipoli, Clan Sinclair dell’Oriente di Benevento, Petitrium dell’Oriente di Vibo Valentia, Marca Fermana dell’Oriente di Fermo e Gesualdo De Felice dell’Oriente di Pescara. Dopo l’esposizione di una tavola sul valore della parola e del dialogo da parte del Gran Sacerdote del Capitolo Federico II, un apprezzatissimo intervento del Sommo Sacerdote ha aperto una vivace serie di contributi provenienti da tutti i compagni presenti. Dopo la chiusura dei lavori, la serata è proseguita in agape fraterna.

Joan Mirò e l’Impulso Creativo. Il simbolismo della Massoneria insito in ogni fase creativa

di Valentina Morelli



Joan Mirò fa parte di quel parterre di artisti di difficile definizione data la complessità delle sue opere e la repentina maturazione che ha avuto nel corso della sua vita artistica che lo hanno portato a realizzare quadri molto diversi tra di loro, in generale è stato definito il padre di una corrente artistica denominata Surrealismo.

Nasce a Barcellona il 20 aprile del 1893 e muore a Palma de Maiorca il 25 dicembre del 1983 cominciò a disegnare all’età di 8 anni e come tutti gli artisti intorno agli anni 20 del 1900 si trasferì a Parigi dove conobbe Picasso e dove cominciò a collaborare con Max Ernst per la scenografia di Romeo e Giulietta. Ma solo nel 1954 raggiunse la completa maturazione stilistica e la celebrità quando vinse il premio per la grafica alla Biennale di Venezia e nel 1958 vinse il Premio Internazionale Guggenheim. A tutt’oggi è possibile ammirare parte delle sue opere al Peggy Guggenheim Museum di Venezia.

Di questi artisti è sempre complesso avere certezza di una loro appartenenza a logge massoniche o meno, certo è che frequentava gli stessi ambienti di Guillame Apollinaire, Jean Cocteau e delle avanguardie parigine che condividevano una certa e ben specifica cultura.
È ugualmente vero che per predisposizione gli artisti, siano essi pittori o scultori e quant’altro, hanno una tale apertura mentale da renderli idonei a recepire idee che poco si sposano con il conformismo e con il dogma.
Per definizione gli artisti condividono con i massoni questa continua ricerca di senso, e questo rapporto di osmosi tra l’interiorità del mondo delle emozioni e l’esteriorità del rapporto con gli altri. È in questa ricerca di senso che il dubbio e l’introspezione diventano il motore della loro arte, che si concretizza e manifesta in modi diversi adattati alle contingenze.

Siamo abituati a ragionare sulla Massoneria in termini quasi esclusivamente legati all’istituzione e poco in termini di insieme di concetti e valori e metodologia di pensiero, che sono quelli che hanno permesso la nascita dell’istituzione. Per questo motivo è molto facile trovare individui che pur non appartenendo all’Istituzione ne condividano in qualche modo i valori. All’apparenza i suoi quadri poco hanno a che fare con concetti massonici e poco richiamano immagini che comunemente associamo alla massoneria, ma se andiamo a studiarle facendoci aiutare dalle parole dello stesso Mirò ci accorgiamo che la nostra impressione cambia; proviamoci.




L’Impulso Creativo


Un impulso è una forza interiore che favorisce il movimento, ma è anche un desiderio che spinge chi lo prova a realizzare qualcosa.  Questi due elementi, la forza interiore ed il desiderio, sono il filo conduttore che del processo creativo di Joan Mirò, unitamente alla continua e necessaria ricerca per la liberazione totale da tutti i vincoli convenzionali. Il processo creativo di Mirò era scatenato da quella che egli stesso definiva “Tensione dello Spirito”, e che veniva a crearsi in una determinata atmosfera evocata da vari fattori o situazioni. Mirò era consapevole del proprio stato spirituale nel momento in cui creava, uno stato che potremmo definire Estatico. Era riuscito a concretizzare, o se vogliamo dirla meglio, a dare una immagine allo stato Estatico nelle sue opere, e tale stato è la pulsione che da sempre spinge l’Uomo a tendere verso il Divino. Questo tema è stato magistralmente toccato dal Filosofo Mauro Cascio in un libro dal titolo “Al Divino dall’Umano”, in cui, molto meglio di come potrei fare io adesso ripercorre le tappe di questa elevazione dello spirito.

Questa è la prima caratteristica che già ci fa amare questo artista e che ce lo fa vedere sotto una luce un po’ diversa: La creazione trasforma l’uomo e gli fa sprigionare una forza in grado di muovere l’intero universo. Questa era l’immagine che Mirò aveva dell’essere umano.

Nella sua maturazione pittorica Mirò decise di abbandonare la vivacità del colore per adottare il Nero come unico colore. Motivò questa decisione spiegando che il Nero era ritenuto da Jung il colore delle origini, dei principi cosmici, del tempo e della profondità dell’Universo.




Vorrei spiegare a chi vede i miei lavori perché essi sono così, perché ho deciso di aggrapparmi alla vita segreta delle cose, e come, a poco a poco ho eliminato tutte le realtà esteriori per giungere al Segno che è un Ideogramma. Joan Mirò

Lasciatemi per un momento compiere un azzardo; intravedo in Mirò un atteggiamento molto simile a quello degli scalpellini o dei costruttori delle grandi Cattedrali per la comune importanza attribuita al Simbolo, la creazione di un simbolo che racchiuda un significato molto ampio era la maniera più comoda e veloce per veicolare dei contenuti. Ecco anche se i contenuti veicolati da Mirò non hanno una matrice prettamente esoterica credo possa essere utile per capire la portata di altri elementi e il significato di concetti prettamente esoterici. Ci spiega in altri termini e da un altro mondo un meccanismo insito nell’essere umano e le sue opere possono essere uno strumento complementare per poter comprendere appieno concetti mutuati da un ambiente Massonico che di costellato di Simboli e Segni.

Chi volesse divertirsi in questo esercizio trovando chissà, anche spunti di riflessioni interessanti può visitare la mostra a Palazzo Te a Mantova fino ai primi di Aprile..

mercoledì 18 marzo 2015

701 anni fa moriva sul rogo Jacques De Molay



Agli inizi del XIV sec. i Templari erano diventati così potenti che ormai agivano per conto loro in tutti gli Stati, senza riconoscere autorità alcuna eccetto quella del Pontefice. Le immense ricchezze accumulate faceva di loro le personalità più ricche e potenti d’Europa, tanto che molti sovrani avevano ricorso a loro per prestiti finanziari (i Templari sono stati i precursori del moderno sistema bancario, con l’invenzione della “lettera di cambio”, antenata degli attuali assegni circolari).

Fu appunto un monarca, il Re di Francia Filippo IV il Bello, che decise di porre fine al predominio dei Cavalieri del Tempio (ed al suo debito nei loro confronti che cresceva sempre di più) riuscendo a convincere l’allora papa Clemente V a tacciare l’Ordine di eresia e a farlo perseguire. Ordini segreti vennero inviati a tutti i mandati del Re sul territorio francese, con l'obbligo di apertura simultanea ad una data ben precisa. Fu così che il 13 Ottobre 1307, di primo mattino, per ordine del Re vennero arrestati simultaneamente tutti i Templari di Francia che vennero trovati nelle loro "Case", tra i quali figurarono il Gran Maestro Jacques De Molay, il precettore di Normandia, Geoffrey de Charnay nonché l'ex tesoriere del regno di Francia.

Il 13 Ottobre era un venerdì, e da allora il Venerdì 13 è diventato un giorno di sventura e disgrazia. Ogni commanderia templare venne sciolta, i suoi adepti furono catturati e sotto tortura confessarono ogni tipo di nefandezza che i loro persecutori volessero attribuirgli, molti abiurarono la loro fede, altri furono arsi al rogo, altri ancora furono reintegrati in altri ordini, come gli Ospitalieri o i Cavalieri Teutonici.

L’ultimo atto di questa farsa in grande scala fu il 18 Marzo 1314, quando su un'isoletta della Senna vennero arsi al rogo Jacques De Molay e Geoffrey de Charnay.

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La spiritualità indoeuropea di Roma e del Mediterraneo



«La spiritualità indoeuropea di Roma e del Mediterraneo» è il tema dell'incontro con Giandomenico Casalino organizzato dal Rotaract Club Roma Mediterraneo in interclub con il Rotaract Club Roma Leonardo da Vinci, introdotto da Paolo Bianchi e che vi proponiamo integralmente per gentile concessione.

Escher, il creatore di mondi impossibili. Nell’ultima sua intervista parlò di Masssoneria

di Valentina Marelli



Escher nasce il 17 giugno del 1898 a Leewarden e muore a Laren il 27 marzo del 1972, in realtà il suo è un nome meno conosciuto rispetto alle sue stesse opere che invece sono di fama mondiale; capita spesso infatti quando lo si nomina vedere disegnato sul volto degli interlocutori la perplessità che svanisce appena gli si mostrano i suoi disegni.
Era un incisore e grafico olandese, e per molto tempo si è discusso sul fatto se definirlo o meno un artista, quello che resta invece argomento indiscusso è la sua genialità.
Indipendentemente dall’etichetta stilistica e dalla definizione che vogliamo attribuirgli, Escher è un genio/visionario che ha saputo guadagnarsi l’immortalità ed un posto d’onore nell’Olimpo degli Dei riservato a pittori, scultori, scrittori e artisti di varie discipline che hanno saputo, con le loro opere, segnare un epoca, non necessariamente quella nella quale sono vissuti.

Le sue opere sono a tutt’oggi amate da scienziati, matematici e fisici che apprezzano il suo uso razionale di poliedri, distorsioni geometriche, e originali interpretazioni di concetti appartenenti alla scienza, che ad Escher servono per ottenere effetti paradossali. Cruciali per i suoi studi fu il soggiorno in Italia, l’artista olandese era letteralmente innamorato dei paesaggi del sud tanto da usali sovente nei suoi disegni. Basti pensare al paesaggio di Atrani, cittadina della costiera Amalfitana che ha ritratto nella Metamorfosi, opera che si ispira alle leggi della termodinamica;

«Nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma».


Parlare della produzione artistica che ha caratterizzato la sua vita è quasi impossibile, sono talmente tante le sue opere che per poterle anche sono elencare ci vorrebbero mille pagine, ma verso la metà del 1900 Escher raggiunge una maturità artistico/matematica talmente elevata da permettergli di produrre tra le sue opere più complesse ed interessanti, sono quelle sulle quali ci vorremmo soffermare in questa sede, magari prendendo un paio da esempio.

È pur vero che non ci è dato di conoscere con esattezza i reali rapporti intercorsi tra Escher e la Massoneria, ma a ben vedere le sue opere il sospetto che quel mondo non gli fosse totalmente estraneo viene, riportiamo la risposta che diede in una intervista rilasciata prima di morire:


Anche la sua predilezione esclusiva per il bianco e nero potrebbe far assumere alle sue opere un significato massonico :

Ah, certo, questo è fuori dubbio. Da un lato, va detto che essendo io un incisore, non potevo far altro che giocare sul bianco e nero, le pare? Però è vero che avrei potuto passare alla pittura, ad esempio, o basarmi sulle mezzetinte. Invece il gioco delle scacchiere impossibili di figure bianche e nere incastrate in un gioco perfetto è uno dei miei marchi di fabbrica. Albedo e Nigredo, come nell’antica Alchimia. E in alcuni casi il gioco è effettivamente, almeno potenzialmente, esoterico: pensi al contrasto tra angeli e demoni, ad esempio.




Per secoli la “Sezione Aurea” ebbe molta fortuna diciamo all’interno del mondo dell’arte, la cui logica primitiva era la resa geometrica di un numero irrazionale che di volta in volta diventava il Pantheon e la Gioconda o, perché no, una Cattedrale. In questo modo il numero Irrazionale 1,6180 si è fatto concreto nel marmo del Tempio; non c’è quindi da stupirsi se le opere di Escher siano applicazioni concrete di Curve di Koch e dei nodi semplici di Dehn.

Parliamo di Escher attraverso due sue opere solo perché sono le mie preferite e divertiamoci a perderci nei suoi mondi impossibili e a fare congetture sulle loro implicazioni socio-filosofico-massoniche.





Il Nastro di Moebius deve il suo nome al matematico August Ferdinand Moebius (1790-1860) che fu il primo a studiare le sue caratteristiche, topologicamente molto interessanti. Escher lo utilizò per creare quest’opera nel 1961.
Esso rappresenta l’Infinito che è una linea che si può tracciare senza mai staccare la penna dal foglio, è un simbolo che ha molte connotazioni massoniche  in quanto è il simbolo che rappresenta il rapporto tra il Creato e la Creazione; ma è anche il simbolo dell’introspezione e della meditazione, lo stesso Escher diceva dei nastri senza fine: "Sono convinto che la loro efficacia stia in parte nel loro valore simbolico; essi sono modelli per la riflessione e la contemplazione".
Nel Nastro di Moebius che è un infinito bi/tridimensionale Escher non a caso vi posiziona delle formiche in movimento, le formiche percorrendo il nastro non si limitano a camminare in tondo come in un cerchio che simboleggia la conclusione di un percorso, il compimento potremo dire dell’opera; simbolo che userà nella litografia “ Pessimista e Ottimista”, percorrono un nastro in cui il loro cammino passa da un interno ad un esterno, percorso che richiama più di tutti il lavoro del massone dei primi due gradi di apprendista e compagno. Nel primo, quello di apprendista,  agisce su se stesso sgrossando la sua pietra, fa un lavoro di introspezione, quindi potremmo dire che percorre la parte interna del nastro; nel secondo, quello di compagno, si rapporta, dopo la maturazione mutuata dall’introspezione, in un modo del tutto nuovo con il mondo che lo circonda e con gli individui che fanno pare della sua struttura di plausibilità, rappresentato dalla formica che percorre il lato esterno del nastro. Il completamento del percorso potrebbe essere visto come il terzo grado quello di maestro in cui capisci che in realtà l’opera non potrà mai ritenersi compiuta, in termini assoluti, anche se paradossalmente è compiuta a tappe diciamo. Il percorso è un percorso infinito appunto, come infinito è il percorso di elevazione del Maestro massone, non a caso infatti si dice che si resta apprendisti tutta la vita, con la differenza che il maestro ha una visione del processo nella sua interezza elemento che l’apprendista ancora non ha.
È lo stesso percorso mentale del Nodo di Salomone che veniva usato, tra le varie cose, per aiutare la concentrazione nei processi meditativi che sono quei processi in cui si raggiunge quello stato estatico che riconcilia l’Uomo a Dio e all’Universo intero. Non a caso questo simbolo si trovava inciso nelle sale capitolari delle Abbazie Benedettine.





La relatività è una litografia che Escher realizza nel 1953, rappresenta quello che sociologicamente potremmo definire il Relativismo dello sguardo, tutto cambia a seconda della prospettiva in cui lo osserviamo. Da questo risulta evidente che i giudizi di valore che mutuiamo dal nostro punto di osservazione vengono messi in discussione nel medesimo spazio bi dimensionale.
Il relativismo si sa è da sempre nemico del pregiudizio, ed il pregiudizio è uno dei “Metalli” dai quali è possibile liberarci attraverso la pratica massonica.

Come dicevamo prima potremmo andare avanti su questa strada per molto tempo ancora ma ci fermiamo qui anche perché è possibile ammirare direttamente le opere di Escher in una mostra che sta facendo il giro di tutta Italia. Fino al 19 luglio 2015 è a Bologna a Palazzo Albergati..